Recensione di London Calling dei Clash

Ogni decennio ha i suoi simboli, le sue icone, i suoi punti di riferimento e anche la musica non è da meno. Gli anni Ottanta sono stati quelli  di Duran Duran, Spandau Ballet, Wham! e tanti altri gruppi che, nel bene o nel male, con la loro musica rappresentavano la voglia di vivere, la gioia di esistere e di dire a tutti che si poteva fare qualunque cosa e vivere bene.
Con gli anni Novanta qualcosa è cambiato, tutte le certezze e il positivismo che avevano caratterizzato il decennio precedente erano svaniti, cedendo il passo ad una nuova sonorità che giungeva direttamente da Seattle: il grunge, con Kurt Cobain e i suoi diretti discendenti ed emuli.
Ci sono stati il brit-pop, la musica elettronica, la dance e, mano a mano che gli anni passavano, si assisteva ad un ritorno alle origini; infatti, da qualche anno a questa parte, non è raro sentir tornare a parlare di glam rock, di epic metal, di rock progressive e, soprattutto, di punk.
Il punk: Smiths, Sex Pistols, ma sopratutto i Clash.
Se a qualcuno di voi questo nome non dice nulla, vi basti sapere che la rivista Rolling Stone, stilando una classifica degli artisti immortali, ha inserito i Clash al trentesimo posto. Scusate se è poco.
I Clash ovvero: Joe Strummer (voce e chitarra), Mick Jones (chitarra e voce), Paul Simonon (basso e voce) e Nick Headon (batteria).
Gli inizi non furono per niente facili per il gruppo: concerti disastrosi, primi tentativi di registrare un demo finiti in malora e giudicati da chiunque di scarsa qualità e di poco interesse, una breve parentesi come spalla dei Sex Pistols (ma anche lì la solfa non cambiò); fino a quando, nel 1976, i Clash riuscirono a firmare un contratto record da centomila sterline con CBS, che li portò a pubblicare il loro primo album omonimo l’anno successivo. Ne seguirono altri  sei, ma quello del 1979 rimase nella storia ed è quello che ancora oggi, nell’era digitale, risulta tra i più scaricati tramite iTunes, Amazon e altri centinaia di digital store: London Calling, prodotto da Guy Stevens, noto per il grande talento nell’R&B, e registrato presso i Vanilla Studios, un garage riadattato.
La lavorazione dell’album parte quasi all’inizio del 1979 e, per la prima volta, tutti i componenti partecipano alla scrittura e alla realizzazione dei i brani, rappresentando un motivo d’orgoglio per il leader Strummer, che dichiarò: «Per la prima volta abbiamo finalmente cominciato a conoscerci».
L’album, rispetto ai precedenti, si differenzia per l’accostamento di vari generi, che va dal punk al classico, passando per il rockabilly in stile americano, il reggae e perfino lo skabritannico.
Viene adottato come metodo di registrazione quello della presa diretta: i componenti entravano in sala ed eseguivano la canzone come se la stessero eseguendo dal vivo; alla fine il produttore avrebbe scelto cosa mantenere e cosa si sarebbe dovuto incidere a parte; batteria e chitarra furono gli unici strumenti che si mantennero fin dall’inizio.
Al momento dell’uscita il successo fu immediato e clamoroso, anche per la scelta di marketing (voluta dalla stessa band) di pubblicare un doppio album al prezzo di uno e per la copertina, opera della fotografa Pennie Smith che aveva immortalato Paul Simonon durante un concerto al Palladium di New York intento a spaccare il basso sul palco.
L’immagine, in realtà, voleva essere un omaggio a Elvis Presley, con il quale i Clash si vollero comparare per la temerarietà nelle scelte musicali e per indicare il loro riavvicinamento alle radici del rock.
Il tema che lega tutto l’album è prevalentemente quello politico: ne sono un esempio Spanish Bombs, dove si affronta il tema della guerra civile spagnola, oppure The Guns of Brixton (interamente scritta e cantata dal Paul Simonon), dedicata agli scontri avvenuti nel quartiere popolare londinese abitato prevalentemente da immigrati, fino a Clampdown, una vera e propria accusa nei confronti dei crimini nazisti e del sistema capitalista. Fanno parte di questo filone anche Koka Kola (che già nel titolo richiama il tema) e infine Rock Revolution, vero e proprio manifesto politico della band.
Tutto l’album è pervaso dall’esigenza di legare la propria identità alla condizione giovanile proletaria inglese: con la loro musica i Clash invocano una presa di coscienza e pretendono il riscatto delle nuove generazioni denunciando il vuoto e la sofferenza nelle quali sono costrette a vivere, distanziandosi dal nichilismo senza via d’uscita cantato dai Sex Pistols.
Alla fine furono due milioni di copie vendute in tutto il mondo. Rolling Stone lo definì il miglior album degli anni ottanta, nonostante fosse uscito nel 1979.
Venticinque anni dopo la sua uscita, viene ristampato un cofanetto con il titolo London Calling 25th Anniversary Edition dove, oltre alle canzoni, si trovano un libriccino e un video dove vengono svelati retroscena e segreti legati alla realizzazione dell’album. Una celebrazione dovuta per un disco che ancora al giorno d’oggi, e non di rado, viene trasmesso dalle stazioni radio

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