Dalla scrittura al cinema

Tante volte abbiamo visto cantanti che si danno al cinema, registi che si danno alla letteratura, filosofi che si prestano alla televisione e tutto questo perché nel mondo della creatività si cerca sempre di trovare nuovi stimoli o forse ampliare il proprio pubblico, perché è di persone che si nutre chi scrive, chi canta, chi fa film e la lista potrebbe essere infinita.
Non sempre chi fa questo passaggio ottiene il riscontro favorevole della critica e del pubblico. Ligabue, ad esempio, ai tempi di Radiofreccia aveva sbancato al botteghino, vinto dei premi, ma quando è tornato dietro la telecamera con altri due film (Da zero a dieci e Made in Italy), il pubblico e anche la critica l’ha snobbato, decretando forse la fine della sua carriera cinematografica.
Paolo Sorrentino per ben tre volte ha tentato la carta della narrativa scrivendo due romanzi (Hanno tutti ragione per Feltrinelli e Gli aspetti irrilevanti per Mondadori) e un racconto Tony Pagoda e i suoi amici per Feltrinelliriscontrando sempre i favori della critica, ma anche in termini di vendita Sorrentino si riconferma autore di successo.
Fausto Brizzi si è cimentato nella narrativa dando alle stampe ben quattro romanzi. La critica specializzata aveva scomodato Nick Hornby per descrivere lo stile di Brizzi e soprattutto nel romanzo Se mi vuoi bene edito da Einaudi.
Gabriele Muccino, dopo il grande successo de L’ultimo bacio, aveva fatto pubblicare la sceneggiatura completa del film e Marco Ponti fa lo stesso con tutti i suoi film: i libri su Santa Maradona e A/R Andata e Ritorno hanno registrato buone vendite.
La lista, come dicevo, potrebbe essere lunghissima, ci sarebbero cose da dire su Luciano de Crescenzo e su Cameron Crowe, ma questo articolo è dedicato all’ultimo personaggio che ha deciso di dare una sterzata alla propria carriera.
Sto parlando di Niccolò Ammaniti, questa volta in veste di ideatore e regista di Il Miracolo in onda su Sky.
Niccolò Ammaniti non ha bisogno di presentazioni, ma va ricordato che nei suoi romanzi c’è sempre stato qualcosa di cinematografico, tant’è vero che molti suoi scritti hanno avuto l’onore di diventare dei film, spesso con ottimi risultati. Gabriele Salvatores, ai tempi di Io non ho paura, dichiarò che avrebbe potuto girare il film senza sceneggiatura, perché il romanzo omonimo aveva un’impostazione già molto cinematografica.
Forte di questi successi e amante del cinema, Ammaniti scrive questa storia raccontando come cambierebbe la nostra vita di fronte all’inspiegabile.
Siamo in Calabria, durante un'operazione di polizia in un covo di un boss della ‘ndrangheta viene ritrovata una statuetta di plastica della Madonna, che inizia a piangere sangue.
Basterebbero queste poche righe di trama per semplificare la storia ideata dall’autore romano, ma per un attimo immaginiamo che un evento straordinario si verifichi e che all’improvviso volente o nolente ci troviamo coinvolti anche noi stessi ed è lì la chiave del grande successo e della grande idea avuta da Ammaniti.
Nella storia vengono coinvolti personaggi di spicco come il primo ministro e la moglie, un generale, una biologa, un uomo di chiesa, una donna che viene dal passato di quest’ultimo, personaggi seguiti per otto giorni, uno per ogni episodio, con lo scopo di analizzare e mostrarci come cambiano le proprie esistenze di fronte a qualcosa di così grande, di così inspiegabile, di fronte a un vero o presunto miracolo.
Quello che ho apprezzato della serie è che Ammaniti non ha peccato di presunzione. Infatti consapevole di essere alla sua prima prova cinematografica, ha scelto di farsi affiancare da registi più esperti quali Lucio Pellegrini e Francesco Munzi.
Il rischio era altissimo considerando una premessa di tale potenza (il miracolo appunto): si sarebbe potuti cadere in un’evoluzione grottesca e scontata dato che al cinema si è già affrontato l’argomento in più occasioni.
Eppure, a parte qualche passaggio meno riuscito, siamo di fronte a un lavoro coraggioso, ben diretto e ben confezionato.

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