La fuga come rimedio

La fuga è sempre stato un tema molto amato dai creativi, troviamo fughe nelle canzoni e la musica stessa può essere uno strumento per fuggire dalla cruda realtà di tutti i giorni.
Ci sono fughe nelle poesie, nei libri, chi non ricorda On the Road di Jack Kerouac. Anche il cinema ha affrontato il tema della fuga, Gabriele Salvatores aveva definito TurnéMarrakech Express e Mediterraneo come la trilogia della fuga, tant’è vero che Mediterraneo comincia con la frase:«Dedicato a tutti quelli che stanno scappando».
Perché si scappa? Perché la fuga attira così tanto? Perché ha ispirato tanti creativi? A volte la fuga per molti può diventare una strategia per sentirsi sicuri da un’altra parte, perché a volte la vita ci impaurisce, ci soffoca e fuggire sembra la soluzione migliore, la più facile, la più immediata.
Fuggire vuol dire scappare, fuggire da qualcuno o qualcosa che ci va stretto, ma a volte, purtroppo, il tormento ci insegue e tornerà a farci visita quando meno ce lo aspettiamo.
Invece la soluzione migliore è che se la nostra fuga è stata determinata da un fatto bisogna affrontarlo, se invece scappi a causa di una persona, devi imparare che il nostro esistere dipende solo da noi stessi. Questo lo ha capito e lo ha messo nero su bianco Alessandro Orfeo nel suo romanzo d’esordio, Fino in Fondo (La Strada per Babilonia).
La storia parla di un ragazzo come tanti, Ivan, che trascorre le sue giornate lavorando presso l’officina del padre e organizzando le sue nozze imminenti con la fidanzata storica, Eleonora, che a sua volta ha un passato di eroinomane ed è proprio questa dipendenza che la porterà a morire di overdose a un passo dall’altare.
Ivan, sconvolto, decide che è giunto il momento di mettere in discussione tutta la sua vita, tutti gli insegnamenti, tutte le certezze, prendere la moto e scappare, per ricominciare, per ritrovare se stesso. Giunge a Madesimo, un piccolo paese tra le Alpi Lombarde e qui incontrerà prima Joel, un misterioso barista che lavora nell’albergo dove Ivan alloggia e successivamente Giulia, una ragazza del posto. Entrambi, in maniera diversa, aiuteranno Ivan a fare un viaggio dentro se stesso e gli insegneranno come vivere veramente.
Raccontato così sembrerebbe un altro romanzo di formazione alla J.D. Salinger, ma Alessandro Orfeo ha sempre sostenuto che tale definizione non gli piace e quindi il romanzo è qualcosa in più, citando una frase del film Il Corvo, il messaggio del libro potrebbe essere che «non può piovere per sempre».
Leggendo il libro ci si trova catapultati in ottantaquattro pagine di intensità indescrivibile, un concentrato di sensazioni e sentimenti che parrebbero quasi palpabili grazie all’abilità dell’autore a mettere in scena gli eventi accaduti.
L’assenza di capitoli divisori, una scelta dell’autore, denota una scrittura fluida, quasi di getto, che ti fa sembrare di conoscere il protagonista da sempre, come se fosse un tuo amico con cui ti trovi in un qualsiasi pub e che a un certo punto ti racconta quello che gli è successo.
Rabbia, paura e amore sono i sentimenti che percorrono tutte le pagine senza mai un attimo di tregua, senza mai respirare e quindi anche per queste ragioni andrebbe letto con tranquillità e cognizione di causa.
Oltre a Ivan, il personaggio più sorprendente è Joel, il barista, che dispensando perle di saggezza diventerà per il protagonista una sorta di guida, un maestro, un padre e soprattutto un amico.
Un romanzo che porta il lettore a riflettere, ma anche a sorridere, perché non bisogna mai prendersi troppo sul serio e a volte sorridere ci aiuta ad affrontare la vita in maniera più seren
È il primo romanzo di Alessandro Orfeo ed è stupefacente come un ragazzo così semplice e così giovane possa regalare in così poche pagine brividi e sussulti che toccano l’anima nel più profondo. Un vero grido o se preferite un inno alla vita e alla speranza.

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