I numeri primi dieci anni dopo

Dieci anni fa si affacciava sul panorama letterario italiano uno scrittore emergente con una biografia alquanto insolita.
Torinese di nascita, una famiglia di medici e insegnanti, una maturità scientifica col pieno dei voti, una laurea conseguita con lode in fisica premiata tra le migliori tesi in Italia e che gli ha permesso di vincere una borsa di studio che lo ha portato a un dottorato di ricerca in fisica e particelle. Poi nel 2008 pubblica il suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi (Mondadori),e a soli ventisei anni vince il premio Strega (il più giovane vincitore nella storia del premio). Lui è Paolo Giordano.
A dieci dal successo mondiale del suo romanzo d’esordio (di cui è stato fatto un adattamento cinematografico diretto da Saverio Costanzo) Paolo Giordano torna in libreria con un romanzo complesso, ambizioso e di carattere dal titolo Divorare il cielo (Einaudi).
La campagna pugliese fa da teatro a questa storia che si svolge nell’arco di vent’anni dove coltivare la terra rossa, curare gli ulivi, sgusciare montagne di mandorle è il giro naturale delle stagioni e dove il centro esatto del mondo è una masseria dove vivono Bern e la sua strana famiglia.
Un luogo difficile da potere definire una casa, ma sicuramente un luogo dove tornare nei momenti difficili, dove imparare ad assecondare i ritmi della terra e della natura.
Una storia che parla di ribellione alle schiere celesti e di obiettivi irrealizzabili, quelli capaci di distruggere coloro che li inseguono da una vita intera e poi c’è Teresa completamente innamorata di Bern che a un certo punto della narrazione viene rapita nella piscina della nonna per diventare prigioniera di un paesaggio e di un legame.
Come tutti i romanzi di Paolo Giordano, ci troviamo davanti l’ennesimo libro corposo per numero di pagine, ricco di avvenimenti e una trama articolata con uno scorrimento non sempre lineare, infatti ogni volta che si chiude una fase della vita di Teresa ecco che si apre un’altra fase immergendoci in oscure zone d’ombra ricche di rivelazioni e prese di coscienza.
Anche i personaggi chiave, Teresa e Bern. Lei, che all’inizio della storia ha solo sedici anni, la ritroviamo sedici anni dopo con un forte desiderio di cambiare, di riscrivere se stessa e una saggezza che solo i vecchi contadini posseggono. Bern, a mio parere, è il personaggio più forte. Bello, inaccessibile, ossessione di molti personaggi del romanzo. Presenta in sé tutti i temi principali della scrittura di Giordano, infatti in lui brucia il desiderio di trovare uno scopo, una guida, qualcosa che vada oltre la quotidianità.
Ancora una volta troviamo inquietudini e solitudine, tipiche della sua prima opera, ma qui amplificate all’ennesima potenza e comunque più adulte.
Torino, questa volta, si intravede, ma la malinconia tipica degli autori piemontesi, la natura sacrale e miracolosa, l’indifferenza dei torinesi, ogni tanto torna nelle pagine del romanzo per bocca di Teresa che comunque non ne sente la mancanza perché ora il suo cuore batte a Speziale.
Giordano punta a un romanzo molto ambizioso, una vera e propria prova di maturità, dove si permette di guardarsi indietro e pensare al successo passato con più serenità, senza timori o rimpianti e consapevole di potersi finalmente muovere in altre direzioni.
In conclusione, un libro difficile e non per tutti, ma questa è una caratteristica tipica dell’autore, io stesso non ho particolarmente amato La solitudine dei numeri primi e leggendo questo ultimo lavoro ho avuto la certezza che la mia non fosse un’avversione nei confronti di Paolo Giordano, ma semplicemente siamo due linee opposte di pensiero.
Non per questo, ovviamente, sconsiglio il libro, anzi, lo consiglio a chi ha amato il suo romanzo d’esordio, chi ha amato la sua trasposizione cinematografica, chi ha letto anche i due precedenti romanzi (Il corpo umano e Il nero e l’argento) e soprattutto a chi, a seguito di un successo incredibile, ma soffocante, è in cerca di una nuova luce che doni una ritrovata libertà

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